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            Biografia

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Juan D'Elia - AutoritrattoJuan DElia è nato nel 1912, vive e lavora a Roma. Le sue prime opere sono influenzate dall’arte Incas, Atzeca e precolombiana a seguito della sua permanenza giovanile in Sud-America. Ritroviamo quindi temi simbolici e figurativi che si ricollegano alla realtà quotidiana quali nature morte o soggetti ripresi con stile lineare e decorativo.

Rientrato in Italia la sua arte si evolve fino ad una nuova pittura segnica tesa alla conquista della superficie che appare a prima vista semplice e naturale, ma tuttavia effettua una apertura verso nuove spazialità ambientali mai raggiunte finora.

Nasce così la pittura denominata "quadrilaterale" la quale è rivolta alla ricerca di una nuova conquista spaziale: ogni segno, ogni figura sono posti sullo stesso piano.

L’oggetto principale è la figura umana. Il quadro può essere visto da qualsiasi punto di osservazione: tutti i lati sono paritetici, nessuno è superiore agli altri per importanza o disposizione formale e cromatica.

In questa nuova conquista spaziale viene meno, anzi si elimina del tutto, ogni profondità visione prospettica.

Il volto umano che nel primo periodo era posto in maniera classica al centro della tela viene ora frantumato e moltiplicato in una nuova forma architettonica.

Tutte le tradizioni estetiche sono pertanto superate, tutti i concetti di bellezza sono accantonati: il risultato è senz’altro originale ma non alieno da una cultura classica e moderna. Tutti i quadri sono ad olio su tela; le dimensioni vengono indicate singolarmente.

La pittura di D’Elia sollecita, in primo luogo, una riflessione sui concetti di antico e moderno applicati all’arte. Per tutto il nostro secolo, infatti, e ancora oggi, siamo abituati a pensare alle cose dell’arte nei termini dell’avanguardia e della conservazione, siamo convinti che un’opera d’arte del Novecento debba quasi per forza " prendere una posizione " essere cioè considerata espressione di una corrente culturale favorevole o contraria all’idea della modernità. Tuttavia le cose non stanno in termini così semplici; esistono esperienze che non è possibile etichettare in un solo modo e considerarle poi quali espressioni della contemporaneità contrapposta ad un passato che per principio si ritiene superato.

Questo, appunto, è l’insegnamento che si può recuperare da un esame sereno della pittura di questo Maestro che, attraverso un lungo processo di decantazione svoltosi in un sempre più approfondito colloquio con se stesso e con la gioia del lavoro, è arrivato a concepire un universo pittorico ben a conoscenza delle più grandi e stabili acquisizioni della cultura figurativa del nostro secolo (dal futurismo al cubismo) ma che non si pone programmaticamente quale volontà avanguardistica a tutti i costi ma, al contrario, intende ribadire un principio: la fedeltà alla pittura, all’arte che travalica i tempi e che permette di vedere uniti e vicini l’artista di oggi, attivo e sempre in continuo sviluppo, con artisti antichi, altrettanto dediti alla ricerca e allo studio continuo.

Con questo non si vuole certo affermare che il Maestro di cui oggi ci occupiamo sia un passatista, tutt’altro; egli ha anzi scoperto, se così si può dire, una nuova e singolarissima forma espressiva, quella di una pittura basata sulla iterazione di un modulo romboidale che scompone e ricompone in sempre nuove sintesi e tagli visivi, la totalità dello spazio, in un’ottica che unifica in sé remote tradizioni forse anche provenienti dal mondo magico e fantastico dell’America meridionale (dove il Pittore è vissuto,assimilandone forme e modi artistici) con suggestioni, come si è osservato, delle più rivoluzionarie avanguardie artistiche del Novecento, rivissute però in uno spirito personalissimo che non rende più riconoscibili eventuali influssi, tutti riplasmati in una maniera propria, incomparabile con qualunque altra esperienza contemporanea.

È un mondo misterioso e chiarissimo, nel contempo, che rifugge dalla incomprensibile complicazione di cui molte avanguardie sono state protagoniste anche in anni recenti e che invece stimola il pensiero verso complesse avventure, inoltrandosi in un mondo polimorfo misto di primordialità e raffinata cultura, espresso con una tecnica sottile, amorosamente realizzata in lunghi anni di studio e di indagine. Un’arte che ambisce a formulare un messaggio di universale validità e interesse teso a recuperare un antico principio, quello di parlare se non a tutti, almeno a tutti quelli che hanno un genuino interesse per il mondo estetico ed attendono di trovare nel prodotto artistico il soddisfacimento di esigenze culturali primarie.

È un’arte, complessa in cui ogni opera si lega all’altra attraverso una rete di rimandi interni e di corrispondenze , un’esperienza estetica del tutto insolita ma non per questo meno gratificante. Non è possibile esplicitarla con una formula critica univoca; arte aperta al molteplice può richiedere molteplici approcci. Quello che è certo, tuttavia, è che ci troviamo in presenza di una acquisizione assolutamente spontanea e sinceramente mediata, tale da richiedere anche al fruitore di spogliarsi dei propri pregiudizi e preconcetti ed esporsi a questa esperienza estetica con semplicità e compartecipazione.

Ci sono due modi, secondo il pensiero del Pittore, di vedere le opere d’arte e la pittura in genere. C’è quello tradizionale basato sul chiaroscuro e quello moderno che si pone in superficie. Il caso D’Elia nasce dalla demolizione al punto che il Pittore sembra andare avanti solo per intuizione, una intuizione quasi artigianale. E’ come se si pensasse al costruttore di un muro che lavora con la calce e le pietre; così è il D’Elia che non usa le pietre ma usa le teste senza usare altra calce. Ha un martello e un'accetta nel suo pennello e con quelli smussa quelle teste e questi corpi accoppiandoli forzatamente. Sembra di sentire la memoria di antiche costruzioni come se ne vedono (e le ha viste il Pittore) a Cirene dove ci sono dei muri della civiltà minoica che reggono ancora senza l’uso di calce, formando anche volte e finestre. Questa pittura è un lavoro, quindi , artigianale che viene poi modellato delicatamente.

E’ lecito pensare che questa pittura del domani costituisca una rottura completa con la tradizione. Questo per quel che riguarda la tecnica. C’è poi il problema della tematica rispetto alla pittura del passato. Si crea qui un’armonia generale basata su fattori visivi che si dispiegano senza più rapporto con la legge di gravità. Perché, contrariamente al passato, tutto basato sull’architettura e la scultura necessitanti di un punto di appoggio, la pittura non ne ha bisogno, fa da sé.

Il quadro può essere così girato a seconda del momento e della necessità. C’è qui, forse, la reminiscenza di esperienze reali vissute dal D’Elia in America meridionale, dove il Pittore ha percepito l’idea che il quadro potrebbe essere visto da tutte le parti, in modo da provocare una lettura continua. Il Maestro dipinge infatti inchiodando il quadro sul muro facendo girare la tela in continuazione. La struttura viene modificata mano a mano. Ad esempio il filo bianco che è ai bordi del quadro serve a dare maggiore forza alla pittura stessa, di colore e di linea. Si parte, in un certo senso, dal niente e il quadro assume, mano a mano, energia. C’è insomma, la ricerca dei contrasti e naturalmente tutto dipende dal collocare gli elementi al punto giusto, altrimenti nulla si rivela. E’ necessario che l’artista abbia sempre sotto occhio le opere; così è un continuo divenire: quello che va bene oggi non lo sarà domani per il semplice fatto che tutto è un continuo migliorarsi. Un quadro può richiedere anni; e sono ormai per il D’Elia sessant’anni di pittura.

D’Elia è stato allievo del fiorentino Sorbi ma lo ha lasciato presto. In Sud-America aveva conosciuto un pittore, Cassio del Pomar, un peruviano, critico e artista. Cassio, scrivendo, era molto moderno (libri su Picasso, Braque, De Chirico) ma come pittore era un tradizionalista spagnolo. Il suo era un colore rafforzato sulle montagne delle Ande dove il sole è cocente e tutto acquista un timbro particolare. Dipingeva i lama che si arrampicano, le rocce riarse. Faceva, con istinto spagnolesco degno di un Goja, una pittura molto forte ma, di moderno, c’era poco.

Poi D’Elia venne in Italia e il suo maestro fu esiliato e morì in Messico. Fu importante per D’Elia e gli dischiuse una civiltà diversa da quella europea. Sorbi poi lo consigliò di tornare in Italia per ritrovare una identità; ma D’Elia andò a fare la guerra d’Africa. Prima, dunque, che il maestro prendesse contatto con l’Italia artistica, l’Africa (un anno in mezzo al deserto) subentrò nella sua formazione. Poi tornò in Italia. Conobbe De Chirico che lo tenne in buona considerazione. Ebbe studio sull’isola Tiberina e lì passarono parecchi pittori, specie stranieri. Ed oggi presenta alcuni esempi del suo lavoro.

CLAUDIO STRINATI