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Il cammino di un
protagonista del nostro novecento artistico verso un nuovo modo di concepire
l’arte.
Ritratto, paesaggio, natura morta, nudo, quadro di storia, rappresentazione
sacra: sono ancora valide le categorie della pittura, e più precisamente, è
ancora attuale il criterio usato sin dal Rinascimento di suddividere le opere
pittoriche per temi? In particolare, in una dinamica storica complessa e
mutevole come la nostra, dove si sono messi in moto cambiamenti epocali,
drammatici, ha più senso continuare in una ingessatura dell’attività pittorica
in generi e correnti?
Per quanto riguarda l’estro creativo di Juan D’Elia, classe 1912, questo modo di
pensare la pittura è assolutamente fuori luogo. Di lui, della sua prima
produzione, della sua maturità artistica e del suo affermarsi da un punto di
vista di consenso di pubblico e di critica abbiamo già trattato nel precedente
numero di Eventi Culturali mettendo in luce la particolarità del suo modo di
interpretare l’arte da sempre influenzata da richiami simbolici (forte è
l’influenza di De Chirico che conobbe personalmente) e da tradizioni incas,
azteche e precolombiane.
Quello che più ci interessa in questa nostra riflessione è spostare i riflettori
sul punto di arrivo di Juan, delle dinamiche sotterranee che caratterizzano la
sua ultima produzione che lo hanno portato a quello che lui stesso definisce
“pittura quadrilaterale”.
Una prima definizione di questo termine può darci una spiegazione letterale e
semplicistica: da ogni angolazione il quadro può avere un suo significato reale
oltrechè simbolico.
Ma questa è una chiave di lettura che non permette di comprendere appieno la
genialità creativa di questo artista. Il suo infatti non è un gioco pittorico,
un “divertissement” che nulla a che a vedere con la ricerca, con la
sperimentazione. In realtà Juan D’Elia va più a fondo. Il suo è un segno che
nasconde ben altro, “quell’anello che non tiene” di montaliana memoria che
affonda le sue radici in una indagine sulle diverse sensazioni della
prospettiva, dal punto di vista di chi osserva, sbaragliando le convinzioni
tradizionali del “fare pittura” e raggiungendo uno stile tutto suo, una cifra
creativa di assoluto spessore e qualità che sorprende e incanta.
Come Picasso tentava attraverso la sua “strada cubista” di ingannare lo spirito
per estrarre fuori il concetto stesso dell’arte, rivoluzionando schemi e
strutture ed entrando di diritto nella storia, così Juan D’Elia non ha paura di
abbandonare la strada conosciuta e ben dominata dalle rappresentazioni classiche
e riconoscibili, per affidare allo stesso colore, disteso con mano sapiente
sulla tela per raffigurare volti, di far emergere figure erranti, sorrisi
enigmatici, metafisici, che è possibile osservare da differenti angolazioni,
ognuna delle quali cela un messaggio nascosto, una frattura del senso dove
ritrovare un altro senso più profondo e arricchente. In questa nuova conquista
spaziale troviamo il coraggio di un artista che spezza e frantuma la centralità
della figura umana, del soggetto rappresentato per suggerire che sono
verificabili nuovi punti di osservazione, ciascuno valido e assolutamente
paritetico all’altro.
Nulla è quindi più scontato, rigidamente
inserito in codici di lettura consueti, ma si lascia allo spettatore la
possibilità di inquadrare il quadro, di viverlo secondo il suo stato d’animo, le
sue esigenze, spingendolo ad indagare più a fondo sulla matrice stessa del
raffigurato, della cromia, della molteplice luminosità.
Un modo assolutamente rivoluzionario, straniante, spiazzante di dipingere, che
rende Juan D’Elia un assoluto e indiscutibile protagonista del nostro novecento
artistico.
ALESSANDRO SPADONI