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     CRITICA

La critica d’arte: Dott.ssa Manuela PACELLI.

La pittura di Juan D’Elia si mostra, a mio avviso, come la più acuta risposta che l’artista dà alla concezione artistica finora dominante.

Essa è la nuova realtà pittorica. Riscoprendo in opere quali Pamperos, Ricordo d'Africa, quelli che sono sapori di gusto, propri di un’arte ancestrale, colombiana, atavica, Juan D’Elia compie una digressione notevole e, forse solo in questo modo, cerca di recuperare l’autenticità, la verità dell’arte nell’arte.

L’artista apre un nuovo capitolo nelle arti figurative, tendendo ad una pittura semplice, lavorata con il pennello e con il cuore in mano; ma questo è solo il primo aspetto e forse il più banale che traspare nelle tele. L’arte di D’Elia è molto di più e se vogliamo più complessa.
Possiamo vedere in alcune sue opere una certa geometricità ricercata attraverso uno studio di memoria picassiana che fa leggere la sua opera da diverse dimensioni e da quattro lati, pur lasciando uno sfondo basato sulla superficie di un nuovo spazio esistente, quello antistante la tela. Questo non era mai avvenuto finora nella storia pittorica!

Ogni sua opera è frastagliata e globale; diviene ottagonale e cioè romboidale: il cubo che diventa rombo e viceversa. In semplici abbracci, in diverse composizioni, persino nei ritratti, sia della principessa Margareth d’Inghilterra, sia in quella di pittori importanti quali Bernini e Van Gogh, il pittore vuole assurgere ad un alto significato lirico, soggettivo, quello della sua anima e quello della sua memoria.

In quadri che ci riportano alla mente opere espressioniste, per l’uso verace del colore, o violente nella loro composizione, come quelle di Kokoscha, traspare sempre una grandissima pagina di poesia, quella di un grande uomo, prima ancora che pittore, quella appunto di Juan D’Elia. La sua pittura non può essere definita arte nel senso puro del termine perchè abbraccia una visione ampia e totale dell’operare artistico. Dipingere per l’artista significa abbracciare totalmente l’immagine, la figura umana colta nelle sue diverse espressioni e mutazioni d’animo. Il suo è un dipingere materico che fa di un’opera pittorica un’opera scultorea plastica, vivente e densa di emozioni. E’ la sua un’arte innovativa e stupefacente solo per questo. Le sue immagini risultano vibranti ed altamente poetiche nel loro più intimo contenuto.

Per quanto riguarda la forma, sembra che D’Elia abbia sfaccettato la forma primordiale ma non per scompaginarla, ma per ricondurla ad un suo unicum ed ad un suo centro. Le sue opere sono opere visibili da ogni lato e da ogni lato nuovamente scomponibili e moltiplicate. Nel bellissimo Crocifisso, nei bellissimi volti, di sapore e memoria familiare, sembra leggersi un variopinto ventaglio di altre mille forme, di altri animi, di altre psicologie, proprie non solo dell’artista, ma anche dell’uomo moderno ridotto a rivestire mille e diverse personalità e diversi ruoli.

Questo è il credo di D’Elia pittore e sopratutto di D’Elia uomo.

La critica d’arte: Dott.ssa Manuela PACELLI.

.....omissis.....

Rientrato in Italia nel 1937 conobbe in seguito De Chirico e la sua pittura del periodo "romano" da lui giudicata troppo "verista e settecentesca". Ma fu proprio nel suo studio, nell’isola Tiberina che l’artista venne elaborando il suo "mondo pittorico", attraverso un tormento spirituale, a contatto con i "mondi infiniti" degli artisti che ebbe modo di conoscere e apprezzare e, con i quali stabilì un rapporto non solo fisico o sensorio, mirando sempre a rinnovarsi nella sua pittura, pur non rinnegando il passato.

Nacque così, piano piano, la sua pittura "quadrilaterale", in cui le tematiche si evolvono, si dissolvono e, si ricompongono, a seconda delle necessità del momento.

Questo continuo "rinnovamento", però, non è labile, poiché si concretizza nel "rombo", quale misurazione per l’impostazione di una nuova tematica. Ogni composizione contiene un’esperienza di vita vissuta, contemplata in epoca recente e passata.

La pittura del D’Elia non si definisce ma, né per se stesso né per l’operatore, non nasce da un’idea ma crea "l’idea".

Dove però l’artista ha saputo raggiungere un armonico equilibrio (vi è infatti spesso un’armonia autentica nei colori sottilmente tenui), allora possiamo riconoscere il segno di una personalità geniale e singolare.

Il D’Elia ha sempre sentito il "materiale" e, memore di ricordi legati a paesi e colori esotici, lo ha trasformato in composizioni che mai si definiscono con pedanteria. Il fatto che ogni dipinto può essere ruotato materialmente a seconda del momento e della necessità, e che, quindi, può essere interpretato di conseguenza, sembra voler essere una riflessione sulla società attuale, che il pittore cerca di esprimere anche nel "colore", colore come fusione di abbandono e di esaltazione, colore come irruenza, come qualcosa da sottrarre alla materialità del "regno eterno", colore come forma chiara e pulita.

Per una seria interpretazione critica della pittura del Nostro, credo debba essere valutata con attenzione la confluenza, nelle sue opere, di due termini formalmente e scolasticamente autonomi: indipendenza e attualità.

Il D’Elia, indubbiamente, non segue le direttive di alcun manifesto estetico. Ciò non significa però che egli non abbia assorbito e filtrato, attraverso l’informale e l’astrattismo le lezioni dell’avanguardie contemporanee.

L’attualità della sua opera penso scaturisca proprio dalla sua attenta partecipazione alla catarsi linguistica dell’arte contemporanea, operata attraverso la "conoscenza" critica e tecnica dell’arte. Ha sempre avvertito e avverte le suggestioni del reale; ma, prima del suo approdo alla pittura "romboidale" non poteva ignorare i suggerimenti di libertà formale che l’avanguardie andavano via via proponendo. Le forme del reale, perciò, emergono da libere esplosioni "geometriche" in forza di una disegnativa che rivela una portentosa capacità di sintesi. Sull’impianto della composizione, matura il colore, che non si sovrappone dal di fuori, ma riempie la trama tersa della tela. E’ un colore che si "scompone", modulato su toni ora accesi ora tenui, in perfetta armonia fra di loro, che non si arresta alla superficie delle cose, ma ne mette a nudo l’intima sostanza, spirituale ed emotiva, prima di essere materiale e corporea.

Scompare la "luce tonale": ora essa lascia posto ad una "luce mentale": diventa fondamentale "ingrediente" che sostanzia di se ogni altro colore puro, andando ad occupare uno spazio fra tela ed artista.

Il tema principale delle sue composizioni è la figura umana: il volto diviene "dominante", grazie ad una fervida fantasia sorretta da una magistrale conoscenza tecnica sostenuta da una potente immaginazione. La singolarità dell’artista consiste quindi nella misura, nella descrizione, che non violenta il soggetto o l’immagine, ma li fa "convivere" in un crescendo di emozioni e ricordi lontani, in un continuo rinnovarsi, credendo nel passato ma pensando al futuro.

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Marisa ZACCAGNINI

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La fortuna critica di questo grande maestro, iniziata già in Uruguay nel periodo antecedente la guerra, si è ulteriormente consolidata al suo rientro in Italia a partire dagli anni sessanta: dal 1948, anno della sua partecipazione ad una mostra internazionale presso la galleria "La Conchiglia" di Roma recensita in termini sì lusinghieri alla radio dal critico Valerio Mariani da scatenare un gesto di protesta da parte di un espositore che danneggiava l’opera "Nudino" di D’Elia, è stato un susseguirsi di consensi critici di illustri studiosi. Tra questi vanno citati Franco Miele, autore tra l’altro del testo in catalogo per la memorabile mostra tenuta nel 1970 alla galleria del Vantaggio di Roma, e poi Giulio Gasparotti, ma soprattutto Eolo Costi, che un lucido saggio storico sull’opera dell’artista scritto alla fine degli anni sessanta evidenziava la matrice dell’arte Maya ed Azteca proposta in chiave innovatrice. Proprio quel saggio costituisce il primo punto fermo di ordine storico per lo studioso che si avvicina alla figura e all’opera di D’Elia

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Leo STROZZIERI

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... ed è così che il tempo di riflessione sull'opera d'arte si dilata facendo incontrare, nelle profondità sconosciute dell'animo, l'osservatore e l'autore dell'opera.

Le figure umane, impresse e reiterate nello spazio pittorico dal Maestro Juan D'Elia, vivono nell'affollata agorà e rimandano ad una rappresentazione pittorica tanto densa di pathos quanto dinamica e sequenziale dei singoli personaggi, dei loro sguardi, dei visi tesi alla ricerca di un dialogo profondo sempre da esplicitare nelle mille parole che non hanno esistenza se non nel rapporto indicibile del segno e dell'occhio incantato che prima guarda, poi vede, ed infine sente l'opera.

È qui che si percepisce la grandezza innovativa del ricercatore Juan D'Elia. È la magia del movimento in uno spazio-tempo, è un movimento profondo, lieve, appena accennato: è il movimento delle anime che vivono il quadro. Visi e figure in relazione tra loro che si muovono e che si cercano come catturati in quelle sequenze significative di fotogrammi scelti sapientemente dall'Autore per raccontare uno scenario dialogato.

È lo spazio pittorico che, dopo aver scelto i colori della storia, permette al tempo della narrazione di entrare e raccontare, con il movimento dei personaggi, l'anima stessa del Maestro.

Giulio Stefano PETRUCCI

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Un pittore addirittura sconvolgente per le sensibili deformazioni delle visoni che hanno una particolare originalità specie quando si affida ad un favolismo cromatico di estrazione surrealista che, riprodotto sulla tela, oggettivizza le sue interiori visioni stagliando le "immagini" in alienate situazioni ed immergendole in un represso e psicologico atteggiamento di totemica fantasia.

Eolo COSTI